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Avv. Stefano Solidoro su: La Legge sul Divorzio compie 50 anni: una conquista sofferta

Aggiunto il 11 12 2020, in Notizie & Rubriche, Notizie dal Settore Legale & Forense

Era l’alba del primo dicembre del 1970 quando, dopo una interminabile seduta parlamentare della durata di oltre 18 ore, veniva finalmente approvata la legge numero 898, ai tempi nota come “Fortuna-Baslini” dal nome dei deputati suoi primi firmatari, ma successivamente passata alla storia come “legge sul divorzio”.

A cinquant’anni esatti da un momento che, sotto molteplici aspetti, ha segnato il volto dell’Italia repubblicana, proviamo a ripercorrere la complessa gestazione di un provvedimento tra i più divisivi di ogni epoca nel nostro Paese, per le connotazioni di stampo sociale, etico e religioso evocate dalla tematica relativa allo scioglimento, ope legis, del consorzio familiare basato sul matrimonio.

 Un iter tormentato

Ecco alcuni numeri del dibattito parlamentare: 2 disegni di legge, quelli del deputato socialista Loris Fortuna e del liberale Antonio Baslini; 17 mesi di lavori; 33 sedute di discussione, l’ultima delle quali rimane a tutt’oggi la più lunga mai tenutasi in Italia; più di 130 tra deputati e senatori intervenuti.

Ma i dati da soli non riescono a restituire le difficoltà attraverso le quali dovette barcamenarsi il progetto denominato “disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”, prima dell’approvazione definitiva.  

D’altro canto, che il percorso verso l’introduzione del divorzio in Italia fosse una strada in salita lo si era capito dai numerosi naufragi a cui erano andate incontro iniziative di legge similari, come quella del deputato Salvatore Morelli nel 1878, seguito dai progetti di legge Villa (1882-83), Villa-Zanardelli (1892) e, ancora, Zanardelli (1901), scontratisi con la feroce opposizione dei cattolici.

La successiva parentesi totalitaria e l’approvazione dei Patti Lateranensi frenava ulteriormente qualsiasi proposta analoga, lasciando l’Italia uno dei pochi paesi europei a non prevedere casi di scioglimento del matrimonio diversi dalla morte: tanto per fare un esempio, la Francia si era dotata di una legge in materia già nel 1884 e lo stesso aveva fatto la Spagna, sebbene durante la dittatura di Franco il divorzio venne di fatto impedito.

Senza contare i rigorosi (e costosi) procedimenti di annullamento dinanzi alle giurisdizioni ecclesiastiche, l’unico strumento concesso ai coniugi in crisi era rappresentato dalla separazione giudiziale, che pur esentando dall’obbligo di coabitazione non risolveva il vincolo matrimoniale, facendo permanere gli obblighi di fedeltà ed assistenza reciproca.

Stando così le cose, non deve stupire che soltanto dopo i moti del ’68, in un clima ormai pregno di nuove istanze provenienti da diverse parti della società civile, movimento femminista in primis, si riuscì a porre in discussione il progetto Fortuna, presentato già nel ’65 e fino ad allora ritenuto, senza mezzi termini, eversivo.

L’unione (e conseguente smussatura) con il progetto Baslini si accompagnò comunque a violente battaglie tra l’ala intransigente, rappresentata dalla DC di Amintore Fanfani, e i partiti a favore, tra i quali il PSI. A lungo indeciso, il Partito Comunista di Enrico Berlinguer si schierò soltanto successivamente a favore della legge sul divorzio, approvata dalla Camera il 1 dicembre del 1970 in via definitiva, con 319 sì e 286 no, su 605 votanti.

In tale frangente, risultò decisiva la presenza di Nilde Iotti, che nella veste di deputata chiese e ottenne la parola nella seduta del 25 novembre del 1969, pronunciando un discorso passato alla storia anche per la sua valenza nella lotta per l’emancipazione femminile.

La futura Presidente della Camera ripercorre con le sue parole l’origine e lo scopo originale della famiglia, “…un momento di aggregazione della società umana, basato su motivi molto diversi, l’accasamento particolarmente per le donne, la procreazione dei figli, la trasmissione del patrimonio”, contrapponendoli alla concezione moderna, laddove “…ciò che rende morale nella coscienza popolare la formazione della famiglia, sia in primo luogo l’esistenza di sentimenti”, la vera e propria “base morale del matrimonio”.

Da qui, l’affermazione di una semplice verità: “per quanto siano forti i sentimenti che uniscono un uomo e una donna – in ogni tempo, ma soprattutto direi, nel mondo di oggi – essi possono anche mutare; e quando non esistono più i sentimenti, non esiste neppure più, per le ragioni prima illustrate, il fondamento morale su cui si basa la vita familiare.

Considerazioni oggi ormai acquisite nel comune sentire, ma dirompenti per l’epoca: ed infatti, la legge 898/70 fu la prima a divenire oggetto di referendum abrogativo, promosso dalla Democrazia Cristiana nel 1974.

 I riflessi nella società civile

Il 12 e il 13 maggio del 1974 oltre 33 milioni di italiani si recarono alle urne per esprimere il proprio voto sulla proposta di abrogare la legge Fortuna-Baslini: il no ottenne il 59,3% delle preferenze totali e sancì la definitiva permanenza dell’istituto del divorzio nel nostro ordinamento.  

Come dimostrano le incredibili cifre riportate, attestanti una partecipazione popolare ad oggi quasi impensabile, le implicazioni a livello nazionale toccarono ogni ambito sociale, ben oltre la sfera prettamente giuridica.

La legge 898/70 rivestiva infatti un ruolo essenziale nel progetto riformista della sinistra, ed in quanto tale fu fortemente sostenuta dai radicali e dai movimenti femministi. In particolare questi ultimi intravidero nel provvedimento appena adottato l’avvento di una nuova stagione legislativa, che avrebbe potuto dare risonanza ad una vasta gamma di ulteriori problematiche relative alla parità di genere.

Sul piano politico, molti studiosi collocano in quella clamorosa débâcle l’inizio della crisi della DC, mentre dalle pagine dell’Unità, il segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer parlò di “una grande vittoria della libertà, della ragione e del diritto, una vittoria dell’Italia che è cambiata e che vuole e può andare avanti”, gettando al contempo le basi di un dialogo con i cattolici sfociato poi nel c.d. compromesso storico.

Infine, non si fece attendere la reazione della Chiesa, affidata alle parole di Papa Paolo VI, che espresse “profondo dolore, […] per il danno gravissimo che il divorzio reca alla famiglia italiana e specialmente ai figli”, facendosi poi uno dei “promotori” indiretti del referendum del ’74, in tal modo abbandonando la proverbiale neutralità della Santa Sede.

Proprio i possibili riflessi sulla prole tennero per lungo tempo banco nei salotti televisivi ed in generale nel dibattito pubblico (ancora una volta vale la pena citare Nilde Iotti, che affermava come “la condizione dei figli in una famiglia tenuta insieme per forza, in una famiglia dove la violenza o, peggio – dico peggio – l’indifferenza sono alla base dei rapporti dei coniugi, è la peggiore possibile, e causa la devastazione della loro personalità”), ispirando vari tentativi di retromarcia, ma è tutto inutile: come sappiamo, gli argini della storia erano ormai rotti.

I divorzi nel primo anno di applicazione della legge furono oltre 17.000.

L’anno dopo, quasi il doppio.

 La prima di tante battaglie

Certo il provvedimento di legge approvato ormai cinquanta primavere fa non poté che rappresentare al contempo un punto di arrivo ed uno di partenza per affrontare in senso globale i problemi che la fine del matrimonio pone, a livello morale, economico, successorio, oltre che sul delicato piano dell’educazione e cura dei figli.

Di ciò erano perfettamente consapevoli anche le stesse associazioni e i movimenti in prima linea sul fronte legislativo e referendario pro-divorzio, che proseguirono le lotte per una adeguata tutela economica delle donne divorziate (dove aspre furono le criticità inziali, soprattutto in tema di alimenti e trattamento di reversibilità), per il riconoscimento del lavoro domestico (questione ancora scottante), per una più celere definizione delle tempistiche inerenti lo scioglimento del matrimonio (inizialmente, dovevano passare ben cinque anni dall’avvenuta separazione giudiziale).

Fu ancora una volta Nilde Iotti, nel frattempo diventata Presidente della Camera, a farsi portavoce delle prime modifiche alla legge 898/70, approvate nel 1978 e nel 1987. E da qui, la storia di questo fondamentale e sofferta conquista del panorama giuridico nostrano inizia a fondersi indelebilmente con quella delle riforme del diritto di famiglia lato sensu inteso, travalicando le sole rivendicazioni di genere.

Ed in effetti, la riforma del diritto di famiglia del 1975 e la legge sull’aborto del ‘78, a pochi anni di distanza, arrivando sino alle recenti riforme dei giorni nostri, sono tutte tappe di un processo in continua evoluzione che ha avuto impulso proprio con la legge sul divorzio: una conquista sofferta e niente affatto scontata, capace di dimostrare una volta di più come lo ius familiae sia da sempre terreno d’elezione per studiare le difficoltà insite nel dialogo tra diritto e società, affascinante contrapposizione di differenti visioni dell’uomo e dei suoi valori fondamentali.

Avv. Stefano Solidoro

 

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